sabato 20 agosto 2016

Umanità paranoica

Basta non incrociare o scambiare un alito di sguardo con nessuno, camminare con disinvoltura seguendo una direttrice prestabilita e il problema non si dovrebbe porre, almeno spero. Attendo ciondolante cercando di stringermi dentro e diminuire lo spazio occupato: le piccole cose sfuggono facilmente, un soffio di vento e non si è più. Via.
I bottoni metallici della giacca s’infrangono ad ogni passo, cozzano l’uno sull’altro e producono un suono leggero e acuto, un tintinnio che penetra risalendo schiena collo orecchie fin nel cervello cervelletto producendo contrazioni muscolo-scheletriche involontarie. Mi agito ogni volta. Ed ecco che, nonostante il rumore di fondo che m'accompagna, quelle coppie di ombre là davanti credo si siano voltate verso di me. Non riesco a definirle con certezza. Ora mi guardano, ora le guardo. Cerco di non farmi notare e la visione periferica si riempie di macchie colorate e linee confuse. Inizio a preoccuparmi, devo fermarmi per qualche secondo: ho bisogno di riflettere ma non ne trovo possibilità. Calmarmi ma ecco...

ecco... si è bloccato, non va non va, resetta resetta... aspetta ferm...

Chissà cosa penseranno: verranno da me o rimarranno lì ferme a guardarmi? Diranno ma tu guarda quel coso là com'è maldestro e sospetto, sicuramente ha qualcosa che non va o è un colpevole; altrimenti sarebbe tutto diverso. Sì, è sicuro. Riesco a leggere i loro pensieri attraverso lo sguardo immaginato: anche io farei così, quindi sicuramente penseranno quello; ora aspetteranno un po', i secondi daranno loro fiducia, correggeranno le loro paure, e verranno dritte da me; già me la vedo: è una trappola. Una trappola pronta per me. Sapevano che io sarei uscito, e mi sarei trovato in quel luogo in quel momento, lo sapevano perché mi spiano (ho il corpo pieno di localizzatori). Hanno seguito tutti i miei passi, dal risveglio fino ad ora, sono lì per quello. Non c'è dubbio ormai. Sono colpevole e non posso farci niente ma posso sempre fuggire, iniziare a correre senza mai voltarmi indietro, cercare un luogo più sicuro e scavare nella mia carne alla ricerca di tutti gli impianti che ho. Li estirperò tutti: dal primo all'ultimo. Non avrò più carne né pelle addosso, solo mucchi d'ossa tendini e nervi, ma sarò libero e avrò un profumo diverso; volerò anch'io leggero e fugace come residuo d'una sensazione che già presa si dimentica. Se non dovesse bastare annullerei la mia corporeità: dal basso verso l’alto scarterei la mia presenza sensibile. Scomparirei.
A meno che non abbia qualche impianto dentro, dentro la testa intendo. Incollato alle mie sinapsi. In quel caso non solo potrebbero seguirmi e rintracciarmi ovunque, ma potrebbero persino essermi: saprebbero tutto di me dal momento stesso in cui verrebbe attivato il meccanismo pensiero; l'atto interiore non si realizzerebbe mai in azione esterna ché verrei sempre anticipato, bloccato. Sarei un processo mancato senza scampo e il mio stesso essere non si costituirebbe più; diverrei io stesso il mio confine entro il quale sarei intrappolato. Se così fosse sono, di sicuro, in possesso di un sistema informatico di controllo e monitoraggio in tempo reale di un flusso senza fine di dati che permetterebbe loro di prevedere, anzi sapere, tutto ciò che succederà o rimarrebbe nel campo dell'immaginato. Un software garantirebbe loro percentuali minime di errore: credo che il confine fra il realizzabile e il realizzato non sia così netto per tutte le situazioni future; certamente potrebbero limitarsi ad una indagine del già compiuto e allora lì l'errore scenderebbe allo zero. Nessuno avrebbe più scampo. Lasciate a loro stesse, ormai prive di quella separazione individuale che le ha caratterizzate, le persone entrerebbero a far parte di una rete neurale condivisa di nudi ed esposti pensieri tutt'uguali. Nessuna più umana opera. Ridotti al grado zero gli stadi di pensiero si ritroverebbe sintetizzati in un’eguaglianza massacrante in quanto tutto esisterebbe nella non esistenza dell'esistenza indotta.
Dato che il non pensiero equivale a pensare il non pensiero, e quindi, comunque, a pensare, e che il non pensiero in quanto tale è estraneo a noi, l'unica soluzione logica (che avrebbe conseguenze anche nell'elaborazione manifesta che ci coinvolge) sarebbe retrocedere ad uno stadio precedente di non logicità: essere pre-logici e lacerare le strutture sintattiche, i rapporti fra significati e significanti; distruggere e ricreare incessantemente nuove forme di pensiero, di linguaggio. Un sistema di caos in cui si annullerebbe il pensiero per eccesso dello stesso. Privi di coscienza diverremmo pre-uomini spersi nel mondo.
Un mondo non più comprensibile, rotto a seguito del disfacimento della catena pensiero che non determina più l'essere o non il essere. Un rumore bianco come vuoto che acceca.

Prima illusione
Dove mi trovo? Non lo ricordo più.
Non ricordo più chi sono.
Né perché mi faccio queste domande.
Né perché...
Né...
(Colpo secco)
Seconda illusione
Bello spettacolo vero?
Come sempre.
Già.
Terza disillusione
. . .

Questa volta è andata meglio, non trovate?
Sembrerebbe, ma ancora non ci siamo. Ancora ricordano, ancora sono... troppo... come dire... (umani) troppo umani. Troppi pensieri, troppa libertà.
Proveremo ancora statene certi.
Per forza. Dobbiamo riuscirci.
Resoconto progetto “nuova umanità”: i soggetti rispondo magnificamente dal punto di vista meramente fisiologico, non presentano nessun rigetto e i corpi estranei vengono accettati e assorbiti senza problemi; persistono gravi difficoltà nella simulazione della scoperta e attuazione dell'inganno: l'autodistruzione fisica, e soprattutto mentale poi, sembrerebbe essere la naturale e ovvia soluzione per il termine dell'individualità consapevole che andiamo anelando. Non sembrano essere pronti per l'oltre. È come se fosse presente un sistema di sicurezza per la nostra sopravvivenza come “passati”. Per ora almeno. Ricalibriamo forza.
Di nuovo.

Basta non incrociare o scambiare un accenno di sguardo con chi incontro, camminare con disinvoltura seguendo la solita strada e il [...] non si dovrebbe porre, spero. Quale [...]? […]


Andrea fomento Bollini

giovedì 28 agosto 2014

Ecco il verso mio, forte egli s'eleva

Ecco il verso mio, forte egli s'eleva,
mio il tono saldo ora non arretra.
Tremule falene frali fra le mani:
Io v'inchiodo l'ali! Più non v'è domani!
Alba sulla croce scolpita dal pennino
Sorgere vedrete al sole del mattino,
rivoli rubestri di gorgogliante sangue
e l'umano genere che perenne langue.
Avanti musicisti tronfi delle note,
Queste melodie sono tutte vuote!
Primi siete sempre unici creatori,
biechi intingente lesti i vostri allori
come fece nell'avanzo Giuda l'Iscariota,
simili voi non valete mezza jota!
Son le corde flosce ed il vostro raglio
che ai pecoroni è solamente abbaglio.
Tardi philosophes dell'aperitivo
questo il modo mio d'essere assertivo:
Le lingue ve le inchiodo sin agli alti rostri,
siete buoni a nulla e non avete occhi
per scorgere intera questa nullità
e delle teorie la piena vacuità.
Non cercate pace, guerra voi non fate:
se vi masturbate felici vi saziate.
Ecco i letterati, galoppini dell'inchiostro
ramarri balbuzienti e senza giusto posto.
In spalla voi salite d'un magnifico gigante
e nobili vi dite ladri nonostante.
Tutto conoscete tranne quello che sentite:
canto e melodia non li concepite
che d'avanguardia soffrite dell'artrite
La penna mia è cura: forza, sì, morite!
Notabili schifosi, d'incedere asinino,
sulla legge fate osceno un bel bottino!
Lunga è la sequela e salda per famiglia
la vostra fedeltà è solo alla bottiglia,
all'orata piluccata di fianco alla puttana.
Basta sol che marchi il ceto la sua tana!
Vi giuro, qui lo dico, il cuor vi sbranerò
e col sangue lento sentenza scriverò.
Né tempo né più spazio per esser di parte
col fine ultimo di starsene in disparte:
imago fatti sotto, più non mi consoli.
Solo m'hai ceduto tutti i tuoi rancori.
la pelle e gli occhi godendo te li strappo.
bene lo so io che non vali un cazzo.
Scrivi da trentanni e su di me straparli
il cervello mio l'han rosicato i tarli.
Sorge il mio tramonto, giaccio per il letto
sempre a te vicino son così costretto.
Non c'è assoluzione per il mio peccato
per aver compreso d'essere mai nato.
Se spero proiettato oltre il mio balcone
non la sento più l'invisibile ascensione.
Quando notte giunge ancora giaccio vivo
e prego sul mio corpo di sudore intriso.
Né sosta, nessun posto per chi non ha pietà
dello specchio franto pian piano nell'età.
Cerco nonostante le schegge siano tante
la parvenza vera del kairos l'istante
che sussurri il nome che mai conoscerò
perché la luce è bella e mai la tratterrò.
La luce non s'ingabbia neppure la si implora
se la bruna piaga il viso trascolora.
Luce buona e cara, il canto mi consola.
Subito ora taccio: la conficco in gola
stonata questa penna fredda fra le dita
ogniqualvolta per gli occhi suoi ho vita.
Domani certamente allo specchio noterò
un naso da guascone dunque crollerò:
leggerà la rima e presto riderà
lei poi ritratta paura proverà.
Tuonerà la luce via come il lampo
rimarrò io solo, scuro buio infranto.
Ma i temuti fati fesso non mi fanno:
del tempo scivoloso ne semino lo spazio
perché di gioia densa sono tutto sazio.
Paure velenose presa più non hanno.
E' marchio il nome mio all'angelo soldato,
con me il fiero leone ha sempre vegliato,
Terribile trafiggo con punta di scorpione:
Dentro non c'è buio o terribile dolore.
Queste le armi mie, son le più fidate
Guardate questi occhi e l'animo pesate!
Son guerriero nato: fuggite paurosi!
Tentar di sovrastarmi oggi non si osi:
se con la mia rima ti becco in mezzo al petto
vigliacco, ben lo sai, all'inferno vai diretto.
Distruggo alte fortezze e scalo le montagne
quelle ripidissime , temute fra le tante.
La via pericolosa, la palude dello sdegno
io di tutte e due mi faccio buffo scherno
E se tre volte a terra esanime cadrò
quattro volta e una ridendo m'alzerò
Perché da meritarsi è il calore della luce
A lei il gran valore soltanto mi conduce.

Michele Biondini

Nelle onde del mare

Erano i banchi delle elementari quelli verdi?, no, erano quelli delle medie, forse erano bianchi, quelli delle medie, una cosa era certa, quelli verdi erano tutti imbrattati di sbianchino, di disegni, di scritte, che cosa c’era scritto?, che cosa c’era disegnato?, lo strato plastificato, quello verde appunto, era tutto squassato e disastrato, dal di sotto emergeva il legno ruvido con cui il banco era fatto, un legno vecchio, solcato da righe incise con le punte delle penne, forse di chiavi, o di coltellini, al limite, quelli bianchi invece erano tenuti meglio, erano quelli bianchi i banchi delle medie, quelli verdi erano delle elementari. Quando ripensava a certe cose, Giulia era sconvolta da quanto poco ricordasse il suo passato, a parte qualche scena, forse una ventina, una venticinquina di scene ricorrenti, come scene di una commedia, di una tragedia, di un’opera buffa, bene impresse nella memoria, che nella sua mente coincidevano con dei momenti di cesura, momenti di transizione, momenti significativi che avevano segnato il passaggio da un prima a un dopo, ma in che cosa consistesse il prima, in che cosa consistesse il dopo, se glielo avessero chiesto, Giulia non avrebbe saputo dirlo. E senza contare che molti di quei momenti non li ricordava neppure direttamente, li aveva visti in qualche vecchio filmato trasposto su dvd, li aveva riportati alla memoria sfogliando i vecchi diari, scolastici e personali, li aveva desunti da aneddoti raccontati dai genitori o dagli amici. Che fine aveva fatto la sua vita? Forse era annegata nelle onde del mare di quella notte. Di notte non c’erano bagnini a guardia del lido, chissà se il mare se ne sentiva sollevato, se di giorno si agitava soltanto per fare un dispetto ai bagnanti, ai turisti che pagavano per una sdraio, per un pezzo di plastica, o se a volte stava calmo soltanto per compiacerli, se pure a quell’immensa distesa d’acqua ogni tanto veniva l’ansia di piacere e si sforzava d’essere apprezzata, allora quelle volte, quando voleva che tutti i turisti pensassero “che bel mare un bellissimo mare piatto fatto a posta per farci il bagno”, quelle volte si sfogava la notte, se la sabbia gli fosse stata legata da una relazione di coniugio sarebbe stata una moglie fedele e paziente, disposta a subire le angherie del marito frustrato o avrebbe sporto denuncia a qualche soprannaturale autorità competente? Giulia sorrise. La spiaggia era completamente deserta. Se avesse voluto avrebbe potuto spogliarsi. E trovarsi davanti quei suoi seni piccoli, fino a un paio di anni prima avrebbe voluto rifarseli, essere come le altre ragazze che potevano essere sicure di se stesse, sicure di piacere, sicure che gli sguardi che attiravano non erano sguardi di derisione, ma sguardi di apprezzamento, no grazie, meglio tenersi i vestiti, tenersi coperte quelle due punture di zanzara che si era ritrovate sul torace, e non pensarci più, sempre meglio che farsi impiantare sottopelle due cuscinetti di silicone, toccarsi e sentirsele come due intrusi sotto la pelle, a volte stentava già a sentirsi sue quelle stecche sghembe che si ritrovava attaccate ai piedi, una più lunga, una più corta, senza criterio, possibile che fossero sue davvero, che non fossero spuntate per sbaglio, che non le fossero state impiantate di notte, mentre dormiva, da un sadico burattinaio? Erano forse pensieri superficiali quelli? Forse per un ragazzo. Solo un ragazzo li avrebbe etichettati come superficiali, ma per un ragazzo era diverso, un ragazzo non avrebbe potuto capire, i ragazzi non capivano mai niente, mai, niente, magari era lei ad essere pazza, a volte le veniva il dubbio che fosse lei davvero pazza, c’erano dei momenti in cui le sembrava di ribollire dall’interno, forse le crisi epilettiche non sono che l’equivalente dei terremoti, quando si ribolle troppo, forse quelle due punture di zanzara in realtà sono dei fori d’emergenza traverso cui l’anima si riserva di scappare nei casi disperati, quando il corpo non può più contenerla, quando si dilata troppo, a seguito dei su e giù troppo frequenti, troppo spropsitati, del mercurio del termometro umorale, e l’ombelico è l’occhio del ciclone, l’epicentro, il fulcro del vortice in cui veniva risucchiata quando non riusciva più a stare in contatto col fuori, con quella nazione straniera, quell’ordinamento nemico che vigeva al di là del confine della pelle. Il vento soffiò più forte e gli ombrelloni chiusi rabbrividirono. Le vennero dei grossi punti bianchi sulla pelle. Era quasi ora di tornare in albergo, anche Giulia faceva parte di quei cretini che pagano per un pezzo di plastica. Non lo aveva fatto di sua spontanea volontà, si era soltanto accodata alle amiche. Si era adeguata a quello che si fa di solito. E' così che si fa di solito, ci si adegua. Quella sera non le andava di sorbirsi le altre due oche con cui condivideva la camera, di sentirsi i racconti delle loro esperienze coi ragazzi, e le esperienze universitarie, e le esperienze lavorative, e la volta che a lezione il compagno non smetteva di fissarle, e la volta che la compagna aveva loro soffiato il ragazzo “come una puttana”, e il professore che anche se hai studiato tutto il programma “ottocento pagine di libro” riesce a farti la domanda proprio su quel paragrafo che non ti ricordi bene “giusto per bocciarti lo stronzo”, e il cliente che ci prova ma prima che tu finisca il turno “quel bastardo già si trova un’altra”. Non le reggeva più tutte quelle cazzate. Avrebbe voluto avere il potere di far sparire il mondo con una formula magica, vivere di sé stessa, o quanto meno sospendere, a tempo indeterminato l’esistenza del mondo, soppiantare il mondo con la propria interiorità, almeno fino a che il mondo non avesse imparato ad esistere in modo più decente, più rispettoso. Il cellulare cominciò a vibrare, evidentemente il mondo era ancora là, invadente, indecente, come sempre era stato, Giulia guardava lo schermo, lo lasciava squillare, la suoneria emergeva flebile dal rombare delle onde, forse il mondo si faceva inconsistene, avrebbe voluto soffocarlo. Scagliò il telfono lontano, non lo sentiva più. Sentiva solo il vento, il rumore delle onde, il rabbrividire degli ombrelloni nella luce opaca di quelle stelle fredde. Seduta sulla sabbia, strinse l’estremità di uno dei lacci della scarpa sinistra tra l’indice e il pollice della mano destra, tirò fino a slacciarla, si tolse la scarpa, ripeté il processo con l’altra scarpa, per simmetria adoperò indice e pollice dell’altra mano, via i calzini, sentiva la consistenza granulosa della spiaggia sotto le piante dei piedi. Si incamminò verso il mare, magari ci trovava qualcosa davvero, a galla o sul fondo, sentì l’acqua arrivarle alle caviglie, le onde che le sbattevano sulle cosce, i jeans che si facevano pesanti, si appiccicavano alla pelle, la pelle, impregnarsi di salsedine, quello lo immaginava, l’aveva sentito dire così tante volte, non lo sentiva distintamente, forse si sarebbe imbattuta in cadaveri, in meduse, in tesori, in branchi di pesci, in buste di plastica, in qualche relitto, il relitto della sua vita che non trovava nella sua memoria, per quanto a fondo vi frugasse, anche il portafogli, le si era tutto inzuppato, con tanto di soldi, di carta di credito, di tessera sanitaria, di patente, ma si, che tutto andasse giù, toccasse il fondo, assieme a lei, che tutto affogasse.


Giandomenico Cicchetti

Veglia estiva

È questa l'ora in cui l'anima s'affaccia
addolcita per l'uso di stare taciuta
placida e tesa come gocciola in caduta
molto la medito nel luminoso allungarsi
nel minuscolo tonfo che un tempo pareva
di memorandi declini, di lampi
stupiti, ma non sei che questo invece,
gentile racchiusa, un atteso raccogliersi
nell'ora in cui la notte e la veglia ti punge
un previsto ritorno in cui anche il ricordo
di chissà quali trascorsi urti
ti riscuote, mite ne è il vecchio stupore,
l'aria è un umore che lene col fresco
mediti in pace l'orizzonte ristretto
l'alone di luna e i contorni del mondo
sbuffi e abbrividisci col cielo che schiara
il bosco che si staglia ti è trista veduta
il sussurro dell'alba ti è fosco pensare
-amabile compagna eri all'ombra e al silenzio
ti congedi al chiarore emanando segreti
li fingo benevoli nel lieve spavento del tuo ritirarti.



Mattia Pacetti

mercoledì 23 luglio 2014

Una storia non troppo particolare


1
Tre cani passano le loro giornate in una stazione del metano: d'estate c'è tanto sole e a volte l'unica ombra che c'è è quella di qualche ragnatela su un angolo; ma non si lamentano. Quando Edoardo è sceso dalla macchina non li ha nemmeno notati, nonostante quello nero e più grosso degli altri lo scrutasse attentamente ed ogni tanto con le labbra che penzolavano, sbattendo sui denti, provava ad abbagliare. 
Poco dopo, quando è arrivata la macchina Fiat blu Punto, è sceso dal sedile anteriore un signore che si chiama Franco: vedendo e ritenendo quei cagnolini simpatici, ha provato ad avvicinarsi a loro; al primo passo di Franco quello più piccoletto ha preso ad abbagliare e quel bau bau bau sembrava tanto una serie di bestemmie, lanciate contro l'essere umano che voleva accarezzarli e con una pacca sulla nuca dirgli: bello cagnoletto bello. Quel cagnolino piccolo si faceva chiamare Fido, ed era di fatto sempre fedele al suo credo: morte sempre a quelli che accarezzano. Quando abbagliava con gli altri due si lamentava sempre di quanto quelli che ti accarezzano, non ti vogliono bene davvero, ma amano la tua peluria morbida e liscia. Quello mediano, che all'anagrafe era segnato come Pippo, non era tanto d'accordo, perché mugugnava che alla fine due coccole non ti fanno male, quindi chissenefrega se poi non ti vogliono bene davvero questi bipedi. Quello grande era una cagna (Luna), e diceva sempre e solo che la vita fa schifo perché siamo cani, fossimo umani accarezzeremmo anche noialtri i cani senza mai volergli bene. Succedeva - tempo prima che Edoardo e Franco si trovassero in quella stazione di metano - che Fido aveva provato ad appoggiare il suo pistolino sulla parte anteriore di Luna, mentre lei era lunga a terra a riposare. Avvicinandosi si era rizzato su due piedi ( ad alzarsi su due piedi ti viene subito voglia di scopare - pensava mentre traballava) e aveva iniziato ad ondeggiare avanti e indietro, sperando in un successo assicurato. Andò male; nel senso che non ci fu accondiscendenza: si svolse tutto molto rapidamente,con i due affaticati da un amplesso rabbioso, dove Luna dice: ti prego, mi fai male! Poi un po' dopo, mentre avviene lo stupro più crudo del mondo, da quella bocca salivante, tra il freddo gelido emesso sotto forma di vapore dalla lingua fumante, escono le parole: ti perdono, puoi continuare. Immerso nella notte, tra qualche goccia che cadeva dissipata, Fido non accarezzò Luna ma la lasciò a terra tra le sue lacrime - lo diceva proprio sempre: sempre morte a chi accarezza. Poi se ne andò, leccando solo infine la sua fica: tra il disprezzo e l'orgoglio, come era suo fare. Il giorno dopo lei era rimasta incinta, perché non accontentandosi di fare del male a quella povera cagnetta (sebbene Fido dicesse che comunque, a quella cagna gli era piaciuto eccome) si era preso lo scazzo di prenderla proprio nel periodo dei calori: figli: otto, di cui due morti per ibernamento, un altro per filariosi e uno si dice che la stessa Luna avesse deciso di non allattarlo, ché il solo guardarlo gli ricordava Fido; inoltre era il più gracile e malandato. I quattro restanti sono cresciuti per po' sotto la protezione di Luna, poi al primo Bau! sono scese due mani dall'alto e presi per la collottola sono stati imbucati in uno scatolone da merce: tutto bello circondato da banane disegnate e pubblicità dal marchio Chiquita. Partiti i cuccioletti, Luna ha ricominciato a parlare con (quella bestia di -diceva) Fido. Parlarono parlarono e ci fu la pace: 8 mesi oggi, che Franco è sceso dalla macchina Fiat blu Punto. 
2
La figlia di Franco, che aveva fin lì guidato, dice al padre che va al bar a prendere qualcosa da mangiare, perché quella mattina non aveva fatto colazione e si lamenta con il suo ragazzo di Pavia, scrivendo messaggi con il telefonino, del tipo: che coglioni essere donna, che coglioni!; Sì cho il ciclo non riesco a mangià!. Adesso, finalmente è riuscita ad aprire lo stomaco e così, delicatamente, si gode il suo cornetto alla crema: da quanto gli piace manda subito una foto al ragazzo, con scritto didascalicamente: pappa buona! Poi prende il giornale e lo sfoglia; nel frattempo Franco prova ad accarezzare i cagnolini, Fido abbaia ed ogni tanto finge di correrergli addosso per morderlo: infervorato, incrudelito, abbaglia incessantemente. Luna lo guarda da lontano e pensa a quanto sia bestia, quanto i cani siano esseri terribili, spregevoli e codardi. Edoardo è lì che pensa: guarda che stupido 'sto vecchio: questi se ne fregano di farsi accarezzare. Pippo allora si avvicina a Franco da dietro e lo annusa sui talloni e siccome è il più vecchio e saggio tra i tre decreta: questo puzza! e quando Pippo dice che uno puzza significa che al suo olfatto, quella lì, è una brutta persona. E Fido tutto gasato gli grida: io lo sapevo, accarezzatore di 'sto cazzo. Naturalmente Franco non capisce la lingua dei cani, così mentre vengono buttate giù le madonne e i peggiori insulti, Franco arrotonda le labbra ed emette versetti di richiamo che suonano come dolci bacetti; prova ad accarezzare Pippo, ma questo sfugge ogni volta che Franco prova a flettere un muscolo (anziano ed esperto, ma non morde troppo quello! -diceva Fido di lui): usa la tecnica del rinculo, che significa torcere la spina dorsale per far sì che la parte anteriore del corpo anticipi la parte posteriore: era anziano ed esperto, è vero. Allora ad una certa si leggono tra le labbra di Franco imprecazioni leggerissime, quasi nemmeno pronunciate. Edoardo guarda la scena con le mani dentro le tasche della felpa ed ogni tanto sorride quando Pippo rincula. Mentre lui guarda, dietro gli si muove Luna che furtiva gli arriva dritta col naso ad annusare il sedere: Edoardo trasale, si gira e la vede bella grande che lo guarda, muovendo le narici velocemente. Abbaglia due volte e dice: Questo non puzza, e Fido si gira e gli grida: sicura cagna? Lei manco gli risponde e se ne torna al suo angolo: sola con la testa appoggiata sul muretto. Pippo balza da lei, l'annusa e dice: forse ha ragione. E Fido gli dice che è un rimbambito, che bisogna annusare lui, non lei. E Pippo un po' s'offende e lo si vede dal fatto che gli si avvicina ma nemmeno l'annusa; poi si lancia incazzato nero su Edoardo e lo morde.
3
-"Ah, cagnacci di merda! Non c'avete da fa' voi, ma chi non ve téne co’le catene di ferro sul collo: bestie di merda: colpa de st'imbecille che ve lascia in giro, ma adesso glielo faccio vede' io che cazzo di fine ve faccio fa', canidemmerda!" Cacciamani Edoardo ha detto proprio questo mentre con una rincorsa calciava sul muso il cane più vecchiotto; poi tutto incazzato si è lanciato sul cagnolino piccolo e con la punta gli ha colpito talmente forte una costola che mi sa gliel’ha rotta. Io gli urlavo: Oh, oh!, ma era impazzito, per me manco mi sentiva, giuro, quello c'ha problemi. Poi vabbé Carletto che è tanto bravo - ambé, Carletto è il padrone del metano, Trubbiani di cognome- l'ha preso da dietro senza fargli male e ha cercato di placarlo, ma niente da fare: s'è solo preso una gomitata in faccia. Poi si è fermato e guardandomi diceva: guarda che m'ha fatto, sànguino! Io giuro non sapevo che fare se non dirgli, dai, hai ragione stai calmo adesso. Poi s'è seduto sul muretto. Ho aiutato Carletto ad alzarsi, che tra l'altro sanguinava pure lui dal naso, ed ho pensato, adesso vado al baretto e dico a mia figlia di chiamarvi. Ho detto a tutti e due i feriti che andavo a prendere del ghiaccio e vi ho fatto chiamare.
- Ho capito, ma sicuro che anche lei non abbia istigato in alcun modo quel cane a mordere? Che ne so, magari facendolo innervosire. Può dirlo eh, nessuna legge vieta di far innervosire i cani. Ci serve solo per sapere se i cani sono pericolosi di natura o ci sono state delle cause scatenanti.
-No, no, macché! L'unica cosa che ho fatto è stata cercare d'accarezzarli!
-Okay okay, signor Ritino, grazie.
-Comunque prima m'abbagliavano, ma ce lo sa, "can che abbaglia non morde": i cani le sentono certe cose, hanno sentito che quello era cattivo e l'hanno morso. Infatti dopo ha sclerato in modo terribile, pensi maresciallo, quando è venuta mia figlia a vedere Cacciamani gli ha detto: tu chi sei puttanella? Io ve lo dico, quello sta male o forse è pieno di rabbia e cattiveria, glielo vedevo in faccia. I cani l'hanno visto e l'hanno morso perché avevano paura...
-Sì, signor Franco, ho capito, ho capito. Altro?
-Ma quei cagnetti adesso?

4
Dov'era finito Pippo, Luna e Fido proprio non lo sapevano. L'avevano messo in una gabbia e fatto scomparire. Non si rendevano conto bene della morte, quindi c'era solo un presentimento. Nonostante tutto l'unica cosa di cui si rendevano bene conto era che gli mancava. Pippo non disse mai ai due perché fece quel gesto, solo accennò al fatto che non c'entrava niente con quelle cazzate delle persone buone o cattive. Luna adesso pensa che Pippo forse era tutto il contrario di "sempre morte a chi accarezza", così ha morso quello che restava impassibile e che tra l'accarezzare e l'anaffettività ha scelto la seconda strada. Prima pensava che magari Pippo aveva morso quello che lei considerava buono, solo per fargli uno sgarbo, poi ha smesso di pensarla così perché lei mai gli aveva fatto qualcosa di male: anzi, era pure stata posseduta da lui in passato. Ma non era stato così irruento come Fido e non aveva nemmeno portato ad una gravidanza -dicono che Pippo fosse sterile, ma lui nemmeno se ne rendeva conto. Si era però mostrato indifferente quando davanti ai suoi occhi veniva stuprata: misera e abbattuta aveva chiesto l'aiuto di Pippo quando ormai era tutto finito, ma lui rimase soltanto con gli occhi fissi a guardare. Non lo giudicava troppo. 
Ora però è sola con Fido che la guarda e si chiede chissà cosa succederà quando anche Luna scomparirà. Fido è molto amorevole con lei, si fanno compagnia a vicenda: passano le giornate insieme a Carletto al distributore, poi la sera vengono portati in una casetta dove ci sono altri animali come gatti, polli e pavoni. Da otto mesi a questa parte non hanno più visto né Franco né Edoardo; entrambi pensano che si trovino nello stesso luogo in cui si trova anche Pippo. Ora però arriva una Fiat blu Punto e dal sedile posteriore esce fuori la figlia di Franco: si salutano con un abbraccio e Carletto chiede: come va la vita? Lei dice che è stato bello vedere tante persone che volevano bene a suo padre tutte insieme. Dice che gli manca tanto, però di lui ha lasciato un bel ricordo. Carletto dice di sì, sì, proprio un brav'uomo, anche se non lo conosceva bene da poterlo dire con certezza, ma si fidava di quello che dicevano gli altri. Dice poi che Edoardo sta molto meglio, nel periodo dell'aggresione quello stava male: problemi in famiglia, stress all’università, perdita totale del valore delle cose. Dice che, due giorni prima del disordine al metano Edoardo si era menato al bar per una sciocchezza: era ancora scosso quando i cagnolini l’avevano fatto agitare. Francesca -che è la figlia di Franco- omette però che nel frattempo lei aveva lasciato il ragazzo di Pavia, perché aveva scoperto che questo aveva avuto rapporti sessuali di vario genere con una ragazza che vedeva la Domenica alla partita; prima di lasciarlo, però, non aveva ammesso né a se stessa, né al suo ragazzo, di aver avuto dei rapporti sessuali con un ragazzo che vedeva anche lei la Domenica, ma al centro commerciale: scaricandolo aveva avuto la possibilità di sfogarsi delle colpe di lui e un po’ anche delle sue. Non dice, inoltre, che alla fine con Edoardo si erano incontrati in un bar una sera, si erano riconosciuti e lui gli aveva chiesto scusa per averla chiamata puttanella: sono usciti insieme un paio di volte, amichevolmente, non dandosi nemmeno un bacetto. La settimana successiva usciranno ancora insieme. Edoardo dice agli amici: stavolta scopo ragà, e manda i messaggi a Francesca con scritto: conosciamoci, non abbiamo fretta, non per forza deve succedere qualcosa. Lei di solito gli risponde: massì dai non ci pensiamo; poi pensa: che carino, magari la prossima volta succede qualcosa tra di noi: alle amiche dice che quando lo vede gli fa storcere i budelli, c'ha qualcosa di particolare! Il serbatoio si riempe, Francesca paga Carletto e Fido e Luna sono sdraiati l'uno accanto all'altro: a Francesca non l'hanno nemmeno riconosciuta.
5
Arriva Settembre e dopo una settimana di ferie Carletto riapre il distributore. Fido e Luna hanno passato l'ultima settimana in campagna, da soli con i gatti e quell'altre bestie non mammifere. Hanno scherzato ed hanno riso: diciamo che è stata la loro vacanza insieme, anche se hanno sofferto molto il caldo e le giornate le passavano con la lingua di fuori sopra i sassi e la polvere. Ed ora, finite le ferie tornano anche loro al lavoro: abbagliano alle macchine, le guardano e fanno le feste a Carletto: non si lamentano nemmeno quando sono occupati. Da quando non c'è più Pippo tra loro sembra stia nascendo qualcosa: non amore, forse nemmeno pensano esista quella parola: diciamo che stavano bene e il loro odore reciproco era ben accettato da entrambi. Certo, Luna ancora non comprende quel suo modo fascista d'abbaiare a chi non accarezza (Diopporco, morte sempre a chi non accarezza! -lo urlava e lo urlava), ma ogni tanto lo accarezzava: un po' perché lo temeva, un po' perché voleva comprenderlo. Questa mattina Francesca ,invece, si è risvegliata nel letto di Edoardo che con il braccio destro l'accarezza sul collo e con il dito indice strofina la punta sulla parte anteriore del padiglione orecchiale: lei sorride e mostra i dentini piccoli che ha (molto bianchi, a dire il vero). Poi lei si alza, va in bagno, si veste e va al lavoro; passa la giornata. Edoardo passa alla facoltà di economia sul tardo pomeriggio, cazzeggia sui computer della biblioteca, fa delle chiacchiere con gli amici ( Eh sì, ragà è porca, speramo che pure stasera ce sta -più ho meno si dicevano questo) e torna a casa. Chiama Francesca verso l'ora di cena e gli dice : andiamo a fare un giro in macchina, ti va? Lei dice, sì a dopo, e calato il sole sono in macchina a fare chilometri: fanno sosta in un paesello che si chiama Case Bruciate, è una piccola frazione del Maceratese (Boh, macchenesò qui tutti i comuni stanno attaccati - risponderebbe Edoardo, se qualcuno gli chiedesse dove si trova), che è dove si trova la casetta in campagna in cui pernottano i cagnetti, che adesso non sono insieme: Luna è nella stalla mentre Fido è appena fuori dalla porta. Lui ora sta annusando fortissimo, sembra esista solo un odore nell'aria, fortissimo, che ti scombussola il cervello: talmente forte che gli umani direbbero: Cristo che bòtta! Edoardo si parcheggia e dice a Francesca che vuole vedere le stelle con lei. Lei è contentissima ed ha gli occhi a cuoricino: l'abbraccia forte e lo bacia in bocca. Ora Fido sta andando da Luna e non gli dice niente. Poi si avvicina a lei ed inizia a masturbarsi: lei sbianca perché capisce cosa sta per succedere. Francesca invece è contenta di quello che sta per succedere. Fido la monta, gli è dietro attaccato con le unghie sulla schiena: lui è più piccolo di lei e forse una volta Pippo glielo aveva anche detto: sei più grande di lui, sei solo codarda! E lei lo è veramente. La ragazza invece è con le mutandine calate e una mano solletica l'interno coscia sottostante la fica: a breve sarà finito il riscaldamento e le carni si contrarranno l'una nell'altra: con i sessi sospesi che pulsano sangue di continuo e ci sono pori della carne che sudano e scolano l'un sull'altro, cadendo in piccole gocce. Finisce l'amplesso, si guardano e le lingue s'aggrovigliano fugacemente; si abbracciano e fumano una sigaretta. Tra la paglia Luna è stesa stremata, Pippo s'avvicina per annusarla e schivo se ne va fuori: torna dopo un'ora; questa volta Pippo non c'è e non la schifa. Fido gli lecca la fica e si accascia vicino a lei. Luna avrà 6 figli che sopravvivranno tutti e il Settembre successivo verrà nuovamente posseduta da Fido. Francesca è rimasta incinta questa sera e abortirà perché non se la sente di procreare a quest’età, inoltre con Edoardo si sono visti sempre meno. Una sera Francesca è sul letto e tra le lacrime (non per Edoardo né per un'altra sciocchezza simile) ricorderà suo padre che viene abbagliato dai cani eppoi il ragazzo che li calcia arrabbiato.

Andrea Capodimonte

05:24

Il dettaglio, la notte, l'amore e l'angoscia; l'errore, il tempo, l'occasione, lasciamo stare, la nostalgia, la rabbia, la tristezza, la parola, il deserto, la signora, la vogliamo o non la vogliamo? La parola, si mangi la parola. E io chi sono? Io. Il pronome, la sintassi, la tecnica, la convenzione. La semplicità, la ricerca, la sua ricerca. Ti cerco e non ti trovo, ti cerco invano o mio compagno. Chi sei, son forse io? Io mi lagno e non trovo pace, là fuori tutto tace, ma qua regna feroce l'angoscia dilagante. Mi manca il mito, in tanti han sofferto, siete voi i miei compagni, siete voi i miei fratelli. E siete voi, deboli, a dovermi sostenere. Questa è una lotta, non durerà a lungo, ne sono certo. C'è un tunnel lunghissimo. Mi sono perso, me ne compiaccio ed è la fine. Voi non capite, son forse io il problema? Lontananza, la lontananza, la malattia, la contaminazione. La carne, il cuore, la loro potenza. Ed io qui, ostaggio, compiaciuto per giunta. Ma chi sono io? Il paradosso, la deviazione, lei è fuorviante, sono fuorviante per me stesso. Il silenzio, assordante, devastante, assopisce, inibitore, non lo sento. Il delirio, e la cura? L'ordine, la disciplina, il buon senso, l'amor proprio. La rabbia, il sonno, l'impegno e la gratificazione. Lontano, tutto lontano. Sto annegando. Mi manca la riva. La riva da cui salpai, la riva dove approderò. Dio, che succede? Questa è la mia fine? Aiutate la povera gente, che è povera cosa. Aiutateci, siamo anche noi aborti di questo mondo. Il campo è stretto, ma il talento, è grande? Il gioco, la tattica, lobotomia, buonasera, arrivederci. Torpore, oggi sono morto, suicidio voluto e forzato. Ti potrei anche amare, vita, se solo t'incontrassi. Dovrei intraprenderlo il cammino che porta a te. Ma ora, basta, arrivederci, forse, vita.

Simone De Giorgi

Lumina

I tuoi lumi
al salir della sera
chissà se
mi guardano ancora.
Certo ho inchiodato
l'anima a un muro
A volte
ho avuto molti anni
sulle spalle,
chissà se ero bambino
a volte
A piedi nudi
su ciottoli dentati
e tu vita
vecchia compagna
burlona
"Vieni, errante,
accostati al
bosco, le ombre
ti canteranno
melodiose e
tremende e nude"
Ti ricordo in petto
salata e amara.
Una tiepida luce
in grembo alle rosse coperte
su sagome palpitanti,
all'orecchio
bisbiglii illusi
Grondano le tue mani crude
di promesse strappate

Leonardo Biagetti